Il governo thailandese ha approvato prestiti di emergenza per rafforzare le proprie finanze, mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sconvolge i mercati petroliferi globali. La mossa, annunciata questa settimana, evidenzia come le nazioni importatrici di energia si trovino in difficoltà quando gli shock geopolitici fanno impennare i prezzi del greggio.
Perché Bangkok ha agito
La Thailandia dipende dal petrolio importato per la maggior parte del suo fabbisogno energetico. Con il Brent che è balzato di oltre l'8% dall'ultima escalation, la bolletta delle importazioni del paese sta crescendo rapidamente. I prestiti di emergenza — che il ministero delle Finanze ha dichiarato serviranno a coprire i deficit di bilancio e a stabilizzare i sussidi per i carburanti — sono una risposta diretta a questa pressione. I funzionari non hanno rivelato l'importo totale, ma l'autorizzazione dà al governo la possibilità di attingere ai mercati nazionali e internazionali se necessario.
I tempi sono delicati. L'economia thailandese stava già rallentando, con le esportazioni deboli e il turismo in ripresa irregolare. Un aumento prolungato del prezzo del petrolio potrebbe allargare il disavanzo delle partite correnti e spingere l'inflazione al di sopra dell'intervallo target della banca centrale. L'approvazione consente a Bangkok di agire rapidamente, senza aspettare che si verifichi una crisi.
La vulnerabilità degli importatori di energia
La Thailandia non è sola. In tutta l'Asia, i paesi che acquistano più petrolio di quanto ne producono osservano con apprensione il conflitto. Giappone, Corea del Sud, India e Filippine affrontano tutti una simile esposizione. Quando lo Stretto di Hormuz o le rotte di approvvigionamento chiave vengono interrotti, queste nazioni hanno poche alternative se non attingere alle riserve strategiche o bruciare riserve valutarie.
Per la Thailandia, i prestiti di emergenza sono un cuscinetto, ma non una soluzione. Il paese ha alcune delle riserve di greggio più basse della regione — circa 50 giorni di importazioni nette, rispetto ai circa 180 giorni del Giappone. Questo lascia poco margine se il conflitto si protrae. Gli analisti di Bangkok sottolineano che i prestiti guadagnano solo tempo; non riducono la domanda di petrolio né diversificano l'offerta.
I trader di greggio globali stanno già incorporando un premio per il rischio. Gli Stati Uniti stanno imponendo sanzioni più severe sul petrolio iraniano, mentre Israele ha minacciato attacchi alle infrastrutture iraniane. Qualsiasi interruzione del traffico di petroliere attraverso il Mar Arabico colpirebbe direttamente le raffinerie asiatiche. La mossa della Thailandia segnala che i governi si aspettano che i prezzi rimangano elevati per mesi, non settimane.
I dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia mostrano che le economie in via di sviluppo in Asia rappresentano circa un terzo della crescita della domanda globale di petrolio. Se iniziano a prendere prestiti per coprire i costi energetici, ciò potrebbe mettere sotto pressione i profili di credito sovrani e aumentare i costi di finanziamento per altri mercati emergenti. L'approvazione della Thailandia è un esempio concreto di questa reazione a catena in atto.
La questione irrisolta
La vera prova arriverà se il petrolio si manterrà sopra i 90 dollari al barile per il resto dell'anno. Bangkok non ha annunciato nuove misure di risparmio energetico o riforme dei sussidi. L'autorizzazione ai prestiti è una soluzione tampone — ma lascia aperta la possibilità che la Thailandia possa evitare un dolore economico più profondo se il conflitto si allarga. Il ministero delle Finanze pubblicherà il mese prossimo le proiezioni fiscali aggiornate, che mostreranno quanto lo shock petrolifero stia costando al bilancio.




